9. Lungo l’Adriatico56 min read

Un viaggio in treno

La prima volta che ho lasciato casa con l’intenzione di non tornarci, o quantomeno non subito, è stata con mio nonno.

Rovigo è una città piccola e sonnolenta, che sembra riposare da tempo immemorabile, mentre il mondo si affanna per ragioni sconosciute in qualche altro luogo misterioso. Da piccolo ne amavo la tranquillità, la possibilità di attraversarla da solo in bicicletta, i pochi punti di riferimento in cui continuavo ad imbattermi, così noti ed immutabili. Nelle calde notti estive, dalla finestra aperta della mia camera filtrava soltanto un silenzio immobile, tagliato occasionalmente dal lontano rumore dei treni di passaggio sulla vicina linea Padova – Bologna.

Con gli occhi chiusi e la testa sul cuscino, avevo imparato ad aspettare il battito ritmico di quei lamenti di metallo, ritrovandomi a fantasticare sul potere di quelle macchine capaci di muoversi da un luogo all’altro così velocemente, mentre tutti dormivano, aprendo porte di mondi inesplorati e città mai viste.

Col tempo avevo quindi convinto mio nonno a portarmi regolarmente alla stazione dei treni per vederli partire ed arrivare, affascinato com’ero dai loro ventri meccanici e da chi sembrava entrarvi ed uscirvi quotidianamente, rincorrendo la propria vita come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Mentre per me restava una meraviglia inspiegabile.

Ricordo le lunghe passeggiate avanti e indietro sulle due banchine della stazione di Rovigo, gli occhi fissi su binari e vagoni in manovra, l’impazienza nelle gambe mentre aspettavo il treno successivo e la mano salda di mio nonno intorno alla mia. In quei lunghi pomeriggi, sempre uguali, deve aver avuto con me una pazienza infinita. E tuttavia non ho mai avuto, neanche per un istante, la sensazione che avesse voluto trovarsi da un’altra parte, come se il modo migliore di impiegare il suo tempo fosse condividere il mio stupore. Mi rendo conto solo ora che, solitario com’era, in quei frangenti era probabilmente più sereno e felice di quanto potessi esserlo io.

Durante una di queste visite, mentre mangiavo distrattamente un gelato sotto il sole, avevo assistito all’inatteso spettacolo di un treno che aveva attraversato la stazione a tutta velocità senza fermarsi. Gli altoparlanti ne avevano dato l’annuncio gracchiando e mio nonno mi aveva fatto fare un passo indietro dal bordo della banchina, sistemandomi dietro uno dei pilastri che ne reggevano la tettoia. L’avevo guardato sorridendo, credendo che la sua fosse un’attenzione eccessiva. Ma un attimo dopo il fischio acuto del treno mi aveva investito le orecchie e lo spostamento d’aria sollevato dalle carrozze mi aveva ferito gli occhi.

Ero rimasto a bocca aperta ad osservare i vagoni saettare davanti a me, dimentico del gelato e di tutto ciò che mi circondava. Lanciato in quel modo, il treno mi era apparso come una sorta di mostro metallico dotato di una furia animalesca. Mi aveva impaurito, ma ne ero rimasto anche affascinato. In pochi secondi l’intero convoglio era schizzato via ed io avevo continuato a seguire con lo sguardo l’ultima carrozza fino alla sua scomparsa dietro una curva all’orizzonte, gli occhi ancorati alle luci rosse che brillavano sopra i respingenti posteriori.

“Chissà cosa si vede della stazione di Rovigo da dentro il treno!”, avevo detto a mio nonno, quasi urlando per l’eccitazione. “Sembrerà piccolissima”, mi aveva risposto sorridendomi.

Da quel giorno avevo costretto mio nonno a farmi vedere il treno in transito il più spesso possibile. Ero incuriosito da tutto: dove andava, da dove veniva, quanto costava il biglietto, come si faceva a prendere, quanto veloce andava, quanta gente trasportava. Ero pieno di domande, che si ripetevano sempre uguali, e mio nonno cercava, per quanto poteva, di saziare la mia curiosità.

Un giorno, vinto probabilmente dalla mia insistenza, mi aveva proposto di andare insieme a prendere quel treno, per vedere la stazione di Rovigo sfrecciare dal finestrino. Non avevo neanche realizzato che una possibilità simile esistesse e quando mio nonno me la presentò rimasi per un attimo incredulo. “Sì, andiamo!”, esclamai poi, gettandogli le braccia al collo. Mio nonno mi sollevò da terra per abbracciarmi e mi parse che i suoi occhi brillassero quanto i miei.

Fu così che una mattina di sole mi venne a prendere, salii in macchina con lui e mi lasciai Rovigo alle spalle col preciso intento di non tornarci, o almeno così pareva alla mia mente di bambino. Mentre andavamo alla stazione di Padova, guardavo la campagna srotolarsi fuori dal finestrino dell’auto lanciata sull’autostrada e trattenevo il fiato, con la sensazione di essermi imbarcato in un viaggio di esplorazione che nessuno aveva ancora intrapreso. Nella mia mente realtà e fantasia coesistevano ancora armoniosamente e davano vita ad una dimensione in cui era assolutamente plausibile che io avessi lasciato la mia casa per sempre, o quanto meno per un viaggio dalle distanze incalcolabili. Sorprendetemene però non mi sentivo impaurito dalla prospettiva: la curiosità e l’emozione di lasciare i confini sicuri della mia città avevano avuto il sopravvento. E la presenza solida di mio nonno al mio fianco era tutto ciò di cui avevo bisogno per sentirmi fiducioso e tranquillo.

Arrivati a Padova salimmo su quello che all’epoca doveva essere un intercity che collegava Venezia a Roma e che fermava solo alle stazioni principali. Prendemmo quindi posto nel nostro scompartimento e mio nonno dovette insistere più di qualche volta per convincermi a rimanere seduto. Temevo di perdere il momento in cui la stazione di Rovigo sarebbe schizzata via attraverso il finestrino e non volevo correre rischi.

Dopo un tempo che mi parve eterno, giungemmo finalmente in prossimità della mia città e mio nonno mi disse di prendere posto di fianco al finestrino. Senza farmelo ripetere, lo raggiunsi in un balzo, aggrappandomi con le mani al bordo inferiore e sollevandomi sulla punta dei piedi, la sensazione fredda del vetro che premeva sulla punta del mio naso. Dopo essermi sincerato più volte di essere sul lato giusto del treno per vedere Rovigo, puntai gli occhi fuori e aspettai di vedere la mia città sparire in pochi secondi.

Di quel momento conservo un fotogramma distorto dalla velocità: quello dell’edificio in mattoni rossi della stazione che sfreccia davanti a me senza che io riesca a metterlo completamente a fuoco. Di fronte a quell’immagine mi sentii come un astronauta proiettato verso una destinazione ignota, a bordo di una macchina fantastica. Mi girai verso mio nonno sentendomi coraggioso come il più consumato degli esploratori e lo guardai con la bocca che disegnava un cerchio perfetto di meraviglia. Mio nonno sorrise e mi arruffò i capelli, visibilmente felice che io fossi colpito come lui sperava.

Quando arrivammo a Bologna scendemmo e ci mettemmo in attesa del treno successivo per tornare indietro. Ma era la prima volta che mi trovavo in una stazione così, ancora più grande di quella di Padova, e senza aspettarmelo mi ritrovai immerso in una cacofonia di annunci e vagoni sferraglianti, mentre una folla di viaggiatori roteava intorno a me, spostandosi confusamente tra un treno e l’altro. Non avevo previsto uno spettacolo umano simile e l’unica cosa che riuscii a fare fu di tirare mio nonno da una parte all’altra, come per sincerarmi che tutto quello che stavo vedendo fosse vero. Ebbi per la prima volta l’impressione di vivere in un mondo grande e tutto da scoprire, per visitare il quale valesse la pena di allontanarsi da dove ero nato. Non ero ancora completamente conscio dei miei pensieri, ma quel giorno iniziai ad intuire che l’orizzonte della mia città non fosse l’unico possibile. Una sensazione destinata a rimanere dentro di me e che anni dopo mi avrebbe aiutato, o forse spinto, a lasciare la mia città ed il mio paese per vedere se la vita vissuta altrove combaciasse con la mia immaginazione. Si parte sempre leggeri di fantasia e si torna, o si resta, colmi di realtà.

Quando il treno per Padova arrivò al binario, io e mio nonno raggiungemmo i nostri posti e tornammo indietro. Vidi nuovamente la stazione di Rovigo sparire davanti al finestrino, anche se la stanchezza stava ormai prendendo il sopravvento sullo stupore. Raggiunsi la macchina di mio nonno esausto per le tante emozioni della giornata e mi addormentai sfinito al suo fianco mentre mi riportava a casa in silenzio, attento a non svegliarmi. Quando arrivammo a destinazione mi consegnò a mia madre con una carezza ed io lo salutai con un lungo abbraccio. Mi allontanai con gli occhi pesanti ed un tassello nuovo del mondo tra le mani.

Arrivo a Lanciano

Il viaggio che mio nonno intraprese dopo lo sfondamento della linea Gustav e la fine delle operazioni sulle Mainarde non gli strappò alcun sorriso, né lo arricchì di nuove esperienze o emozioni. Dopo l’arrivo del contingente italiano a Picinisco, ultima tappa dell’avanzata del Corpo Italiano di Liberazione, lui e gli altri soldati vennero semplicemente chiamati a raccolta per essere trasferiti sul settore adriatico e continuare la lotta contro i tedeschi.

Un convoglio del CIL

Esausto dopo giorni di combattimenti e di marce sulle montagne, gettò quindi il proprio corpo sul cassone polveroso di un autocarro militare e si lasciò trasportare inerte fino a Lanciano, incapace di immaginare il suo futuro e quello che gli avrebbe riservato. Durante il lungo viaggio sferragliante attraverso gli Appennini cercò semplicemente di riposare il più possibile e di non pensare troppo né a Ginetta, né a Borghi. Al posto del petto gli pareva d’avere una botte ormai colma, incapace di accogliere anche il più piccolo sentimento. Solo un vuoto forzato della mente pareva dargli qualche sollievo e cercò quindi di concentrarsi su quello, mentre con gli occhi ostinatamente chiusi lasciava che le sue membra assorbissero gli scossoni del camion che rimbalzava sulle strade sconvolte dell’Italia centrale.

Mentre gli uomini del Generale Utili venivano trasportati nella loro nuova area d’operazioni, il Comando alleato emanava il seguente comunicato, col quale riconosceva ufficialmente il contributo dato dal CIL sulla linea Gustav: “Truppe del Corpo Italiano di Liberazione, costituito da unità regolari dell’Esercito Italiano (…) hanno avanzato di 8 km, attraverso l’aspro terreno montagnoso del Parco Nazionale degli Abruzzi, per occupare la città di Picinisco, 17 km a nord di Cassino. Il Corpo Italiano è stato sulla linea alleata nei due mesi scorsi (…) ed ha conseguito considerevoli successi nel ricacciare le forze nemiche da Monte Marrone”.

Riconoscimento questo che faceva da preludio al ruolo più importante che il contingente italiano avrebbe giocato da lì in poi nella campagna d’Italia. Lo sbarco in Normandia ed il futuro sbarco in Provenza, che sarebbe stato lanciato il 15 agosto 1944, avrebbero infatti sottratto considerevoli forze agli schieramenti anglo-americani in Italia. Forze che vennero progressivamente ed almeno in parte rimpiazzate dai soldati italiani. Già il 3 giugno il Generale Alexander, comandante di tutte le forze alleate in Italia, aveva infatti informato il Generale Messe, capo di stato maggiore dell’Esercito Cobelligerante Italiano, che a partire dalla liberazione di Roma gli Alleati avrebbero contato molto di più sugli italiani per continuare lo sforzo bellico. Per questo motivo, il limite massimo di 14.100 uomini che era stato imposto fin dall’inizio al CIL venne definitivamente rimosso, a testimonianza anche di una ritrovata fiducia degli Alleati per i loro ex-nemici.

Durante il suo riposizionamento sull’Adriatico, il contingente italiano iniziò quindi a ricevere dei rinforzi e venne raggiunto dalla Divisione Paracadutisti Nembo, che si unì al 184° Reggimento Paracadutisti già a disposizione del comando italiano.

Utili si ritrovò così a gestire una forza che, con le unità che sarebbero arrivate a luglio, e cioè i battaglioni Monte Granero e Grado, avrebbe raggiunto le ragguardevoli dimensioni di un Corpo d’Armata di circa 20.000 uomini. Per governarla meglio la riorganizzò quindi sulla base di due divisioni: la Utili e la Nembo.

La Divisione Utili, erede del I Raggruppamento Motorizzato, era composta da due brigate. La prima includeva sia il 4° Reggimento bersaglieri, composto dal XXIX e dal XXXIII battaglione, nel quale serviva mio nonno, che il 3° Reggimento alpini, con i battaglioni Monte Granero e Piemonte, ovverosia gli eroi di Monte Marrone. Ettore Fucci, che aveva guidato mio nonno e i suoi uomini fin dai giorni degli scontri in Corsica, fu messo al comando della prima brigata. La seconda brigata invece comprendeva il 68° Reggimento fanteria Legnano ed il Reggimento di fanteria di marina San Marco, costituito dai battaglioni Grado e Bafile.

La Divisione Nembo aveva una composizione meno variegata ed era composta dal 183° e dal 184° Reggimento paracadutisti, oltre che dal CLXXXIV battaglione guastatori paracadutisti.

A queste due divisioni si aggiungevano poi i reparti di artiglieria e genio, oltre che il IX Reparto d’assalto.

Lo schieramento del CIL nel nuovo settore venne completato il 7 giugno e già il giorno dopo il Generale Allfrey, comandante del V Corpo d’Armata britannico da cui ora dipendeva il contingente italiano, chiese un’offensiva su tutto il fronte.

Mio nonno non fece in tempo a riprendersi dalle recenti battaglie su Monte Marrone e dallo scomodo viaggio di circa 150km fino a Lanciano che già era giunto il tempo di radunare uomini ed equipaggiamento per prepararsi ad un’altra avanzata. I tedeschi si stavano infatti ritirando ed era imperativo continuare a tallonarli senza concedere loro un attimo di tregua.

Mentre camminava tra gli autocarri parcheggiati scuotendosi di dosso la polvere venne raggiunto da Mazzoni, sottotenente come lui nella 9° compagnia bersaglieri, ex compagno di corso presso la scuola ufficiali di complemento di Pola e figura presente in tutti gli scontri della guerra a partire da quelli in Corsica.

“Mi dispiace per Borghi”, gli disse fermandolo e mettendogli una mano su una spalla. “Come stai?”, gli chiese.

Mio nonno si guardò la punta delle scarpe, imbarazzato. Non si aspettava una domanda così personale e non sapendo come guadagnare tempo prese ad arrotolarsi distrattamente le maniche dell’uniforme. “Non saprei. Sono stanco, credo”, disse. Alzò gli occhi su Mazzoni, che rimase fermo davanti a lui, aspettando che parlasse ancora. Mio nonno fece un respiro profondo ed abbassò di nuovo lo sguardo. Aspettò un momento prima di continuare, per essere sicuro che non gli si incrinasse la voce. “La verità è che non so bene cosa fare”, disse infine con un soffio.

“A volte non ci resta altro che avere coraggio. Anche con noi stessi”, gli disse Mazzoni stringendogli la spalla e piegando la testa verso di lui, alla ricerca del suo sguardo. Mio nonno se ne accorse e lo guardò, sentendosi gli occhi pericolosamente vicini a colmarsi di lacrime. “Sono qui se vuoi parlare, ricordatelo”, aggiunse Mazzoni con un sorriso.

Mio nonno deglutì a fatica e annuì, ma aveva le labbra tirate e la fronte solcata da rughe che parevano più vecchie di lui. Rimasero in silenzio per qualche secondo. “Sei cambiato Adolfo. Parli di meno”, gli disse Mazzoni. “Sarà questa guerra”, rispose mio nonno iniziando a muoversi e provando a mimare un sorriso, nel tentativo di chiudere il discorso. Ma mentre spostava un piede di fronte all’altro si rese conto di avere qualcosa di indecifrabile incastrato tra le costole. Provare a spiegarlo gli parve inutile come cercare di dare forma alla sabbia. Chi può dire cosa succede veramente dentro di noi? Per non farsi travolgere dalla realtà era molto più facile ignorarla.

Con suo sollievo, le nuove operazioni vennero avviate rapidamente, tra l’una e le due del pomeriggio dell’8 giugno. Finalmente aveva una nuova missione, su cui avrebbe potuto concentrare tutta la propria attenzione fino a dimenticare passato e futuro. La paura, ormai lo sapeva, cancellava il tempo e trasportava gli uomini in una dimensione pura e senza sentimenti, dove esiste solo un eterno ed asettico presente. Un luogo che, viste le circostanze, poteva quasi definirsi felice.

Tutto era ormai pronto per inseguire i tedeschi verso nord.

Sconvolgimenti politici

Mentre il CIL rientrava in azione in Abruzzo, a Roma era iniziata la resa dei conti della politica. Sia Re Vittorio Emanuele III che Badoglio si affannarono infatti in quei giorni di giugno per chiudere dignitosamente il loro percorso. Tentativo questo però che era destinato a fallire.

Umberto II

Il Re, già il 12 aprile di quell’anno, aveva diffuso un radiomessaggio in cui rendeva nota la sua decisione di nominare il figlio Umberto II Luogotenente Generale del regno a liberazione avvenuta di Roma. Un suo passo di lato era parso indispensabile a tutti per cercare di salvare, se non sé stesso, quantomeno la casata, ormai irrimediabilmente compromessa col fascismo e rea di un precipitoso trasferimento a Brindisi che era stato vissuto dai più come una fuga vigliacca.

Lo stesso Benedetto Croce aveva affermato all’inizio del ‘44: “Fin tanto che rimane a capo dello Stato la persona del presente Re, noi sentiamo che il fascismo non è finito, che esso ci rimane attaccato addosso, che continua a corroderci ed infiacchirci, che riemergerà più o meno camuffato”. E il suo era un punto di vista condiviso da molti.

Prima di cedere i poteri, Vittorio Emanuele III cercò però di ripulire almeno in parte il suo recente passato. In primo luogo, tentò di arrogarsi il merito di aver segretamente tramato per far cadere Mussolini, dichiarando in un suo appunto che la sua solitaria azione contro il regime, resa “più difficile dallo stato di guerra, doveva essere minuziosamente preparata e condotta nel più assoluto segreto, mantenuto anche con le persone che vennero a parlarmi del malcontento del paese”. Ovviamente nessuno gli credette.

Visto che questa strada si era chiusa, cercò quindi di far sì che il passaggio dei poteri a Umberto II avvenisse a Roma, in modo da poter marcare un suo ritorno, più o meno vittorioso, alla capitale. Ritorno che però gli fu negato, dato che per tutto il mondo antifascista Vittorio Emanuele III era ormai nulla più che un re fuggiasco e complice di Mussolini. Dopo alcuni tentennamenti si vide quindi costretto a firmare subito e senza ulteriori richieste il decreto per consegnare i poteri al figlio. La firma venne infine apposta il 5 giugno a Salerno e Umberto II si vide da quel giorno investito delle prerogative del padre, il quale mantenne però per sé il titolo di Re.

Pochi giorni dopo, l’8 giugno, anche Badoglio venne costretto a pagare dazio.

Appena nominato Luogotenente, Umberto II volò infatti a Roma e si assicurò che una delegazione del governo Badoglio, ancora basato a Salerno, incontrasse i diversi rappresentanti delle forze antifasciste che si erano delineate in quei mesi. L’incontro avvenne al Grand Hotel, nella stessa sala in cui Mussolini aveva formato il suo primo governo dopo la marcia su Roma. La riunione era iniziata da poco quando a Badoglio venne detto senza mezzi termini che il suo percorso politico era finito e che non gli restava che rassegnare le dimissioni in favore di Ivanoe Bonomi, che poteva contare sul supporto dei partiti riuniti. Il destino di Badoglio, legato a doppio filo al Re e reo di non essersi subito opposto ai tedeschi dopo la caduta del fascismo, era segnato.

Ivanoe Bonomi

Preso atto della situazione, Badoglio si dimise, ma prima di accomiatarsi vomitò la sua amarezza sui politici del CLN riuniti di fronte a lui: “Siete ora riuniti intorno a questo tavolo (…) non perché voi, che eravate nascosti o chiusi nei conventi, abbiate potuto fare qualche cosa: chi ha lavorato finora, assumendo le più gravi responsabilità, è quel militare che (…) non appartiene a nessun partito”. Che avesse ragione o torto ormai non importava: le circostanze politiche esigevano un uomo nuovo alla guida del governo.

Quando Churchill venne informato dei capovolgimenti politici in atto protestò veementemente e cercò di intervenire per influenzarli. Il suo commento sulla situazione non fu infatti per nulla lusinghiero: “La sostituzione di Badoglio con questo gruppo di decrepiti e affamati politicanti è, io credo, un gran disastro. Sin dal tempo in cui, a sprezzo del pericolo, Badoglio consegnò intatta la flotta nelle nostre mani egli è stato per noi un utile strumento. Noi ci troviamo ora davanti questo branco assolutamente non rappresentativo”. Un punto di vista sicuramente cinico e probabilmente animato dal suo celebre e viscerale anticomunismo.

Nonostante le proteste britanniche però, gli Alleati non alzarono un dito per interferire nella politica italiana. Roosevelt, dopo un iniziale tentennamento, dichiarò alla fine che “sarebbe un serio errore se non permettessimo la pronta proclamazione del governo Bonomi”. E gli inglesi, pur a denti stretti, finirono per accettare la situazione, a dimostrazione del fatto che il timone della coalizione alleata non era più a Londra ormai da molto tempo.

Il nuovo governo si insediò quindi a Salerno il 22 giugno e venne autorizzato dagli Alleati a spostarsi a Roma a metà luglio. Durerà fino al 26 novembre, giorno in cui Bonomi fu costretto a rassegnare le dimissioni nelle mani del Luogotenente per via dei sempre più duri contrasti tra rappresentanti delle sinistre e moderati. Uno dei temi del contendere era stata un’intervista di Umberto II al New York Times del 7 novembre, in cui il Luogotenente aveva dichiarato che la selezione dell’assetto istituzionale italiano, cioè la scelta tra repubblica o monarchia, sarebbe stata demandata a un referendum popolare. Bonomi venne accusato di aver aiutato Umberto II a preparare le sue dichiarazioni e di non aver quindi seguito la linea politica deliberata dal governo in giugno, che aveva deciso di affidare la decisione ad un’assemblea costituente. Le sinistre avrebbero infatti volentieri evitato una consultazione popolare, timorose com’erano che la monarchia potesse far leva sul sentimentalismo per raccogliere consenso. Senza contare che indire un referendum avrebbe consentito ad alcuni partiti, Democrazia Cristiana in primis, di restare agnostici evitando di prendere posizione su un tema così delicato.

Il Luogotenente avviò quindi le consultazioni per formare un nuovo governo, attirandosi così non poche antipatie. La sua manovra, pur istituzionalmente corretta, cozzava infatti con un CLN che mal digeriva la gestione di un importante passaggio politico da parte di un rappresentante di casa Savoia. Alla fine Bonomi venne riconfermato, pur senza l’appoggio di socialisti e azionisti, e giurò il 12 dicembre 1944.

Il secondo governo Bonomi resterà in carica fino alla fine delle ostilità, sciogliendosi il 12 giugno 1945.

In quegli stessi giorni, la resistenza aveva trovato una nuova e più salda organizzazione ed era ormai divenuta un problema non più trascurabile per l’esercito tedesco in Italia. Il Corpo Volontari della Libertà (CVL), costituitosi a Milano nel giugno 1944, divenne infatti la prima struttura di coordinamento delle forze partigiane riconosciuta sia dal governo italiano che dagli Alleati. Il comando supremo del CVL venne affidato al Generale Raffaele Cadorna, mentre l’azionista Ferruccio Parri ed il comunista Luigi Longo vennero incaricati di gestirne le operazioni.

Raffaele Cadorna

Contemporaneamente, i lanci di rifornimento degli alleati avevano rafforzato le unità partigiane, mettendole in condizione di svolgere più efficacemente i loro compiti. Supporto questo che venne elargito però non senza tentennamenti o contraddizioni. La maggior parte dei rifornimenti veniva infatti distribuita dai britannici, i quali erano combattuti tra il desiderio di intensificare al massimo la lotta ai tedeschi coinvolgendo quanti più partigiani possibile e quello di contenere il potere delle formazioni comuniste. Cadorna aveva infatti ricevuto un foglio di istruzioni che così recitava: “Purché ogni organizzazione (…) si dimostri capace e pronta ad effettuare operazioni offensive contro i tedeschi, il colore politico di tale organizzazione non ci interessa”. Ma, proseguiva, “dove le tendenze politiche interferiscono con l’organizzazione e con i piani di operazione che formano una parte integrale della avanzata alleata in Italia, l’aiuto non verrà fornito da questo Quartier Generale”.

L’avanzata del CIL

Tutti questi avvenimenti però, nell’universo di mio nonno, non contavano quasi nulla. Stretto al suo fucile, lo sguardo perennemente puntato sui suoi uomini e sulle probabili posizioni nemiche, viveva una vita molto più semplice ed immediata, fatta di scatti per tallonare i tedeschi, cibo ingoiato in fretta durante gli spostamenti ed un attaccamento primordiale alla vita. Le sue giornate erano ormai poco più che un’orgia di stanchezza e adrenalina, che gli spezzava i nervi e lo lasciava in uno stato di esaltazione allucinata e febbrile, in cui trovare riposo era impossibile.

L’area tra Lanciano eChieti. Canosa é al centro della mappa, Bucchianico sulla sinistra (a sud di Chieti)

Appena ricevuti gli ordini di avanzare nella mattinata dell’8 giugno, lo stesso giorno delle dimissioni di Badoglio, la Divisione Nembo era balzata in avanti ed aveva occupato i paesi di Crecchio, Canosa, Sannita e Orsogna, fortunatamente senza incontrare resistenza. Sulla sinistra dello schieramento italiano invece, il 68° Reggimento fanteria ed il IX Reparto d’assalto erano stati ostacolati e rallentati dai tedeschi. Ma si trattava ancora di azioni di retroguardia e di sganciamento dalla linea Gustav: il nemico non era lì per restare. Dopo essersi scambiati alcuni colpi di mortaio e di armi automatiche, gli italiani erano quindi riusciti a proseguire e ad entrare, il 9 giugno, a Guardiagrele.

A quel punto la palla passò alla I Brigata della Divisione Utili, in cui era inquadrato mio nonno. Scavalcate le altre unità del CIL, si gettò in avanti proseguendo la corsa verso nord, per approfittare il più possibile della confusione che imperversava in quei giorni tra le linee tedesche. Gli alpini presero quindi Cascanditella, mentre mio nonno e i bersaglieri avanzarono ulteriormente entrando in Bucchianico, a ridosso della strada statale 81, in passato nota come Via Viscerale, che puntava dritta su Chieti.

Senza arrestarsi un attimo, la Divisione Nembo li raggiunse, superò il paese e già nella serata del 9 giugno riuscì a piombare su Chieti. Secondo i piani degli Alleati, la liberazione della città sarebbe in teoria stata responsabilità della 4° Divisione indiana, ma i paracadutisti non avevano voluto aspettare e di loro iniziativa avevano proseguito l’avanzata, sorprendendo efficacemente le difese tedesche rimaste. Al loro ingresso in centro, la popolazione civile si era riversata nelle strade e li aveva accolti in trionfo. Chieti divenne così la prima città italiana di una certa dimensione ad essere interamente liberata dal contingente italiano e l’emozione fu grande.

Queste giornate furono il preludio di una nuova fase nello sforzo bellico del CIL. Al periodo sostanzialmente statico trascorso sulle Mainarde fece infatti seguito una lunga galoppata verso nord, destinata a concludersi solo quando venne raggiunta la linea Gotica, ovverosia l’ultima opera fortificata costruita dai tedeschi per difendere il nord Italia. Tale linea, che si snodava per oltre 300 chilometri attraverso gli Appennini, andava dalla provincia di Massa Carrara sul Tirreno fino alla città di Pesaro sull’Adriatico. Con le sue casematte, nidi di mitragliatrici, bunkers e campi minati avrebbe arenato l’offensiva Alleata per molti mesi, fino all’offensiva finale lanciata nell’aprile del 1945.

Soldati del CIL in movimento

Se da un lato le rapide avanzate che il CIL iniziò a registrare nell’estate del ‘44 contribuirono a migliorare il morale dei soldati, dall’altro la guerra di movimento che queste richiesero li sfiancò con marce sempre più dure. Gli autocarri del CIL erano infatti logori e limitati, i pezzi di ricambio difficili da reperire ed i mezzi corazzati completamente assenti. Ogni spostamento costringeva quindi i soldati a percorrere decine di chilometri a piedi, con tutto l’equipaggiamento caricato sulla schiena e con scarpe che in molti casi cominciavano a cedere definitivamente all’usura. La situazione era poi resa ancora più difficile dall’azione dei tedeschi, che erano abilissimi a ritirarsi applicando la strategia della terra bruciata. Ogni ponte o snodo logistico veniva distrutto, mentre ogni casa, sentiero o cadavere lasciato sulla strada veniva minato, per attirare gli Alleati in una serie infinita di trappole e costringerli ad una lunga e frustrante opera di bonifica delle aree conquistate. Le mine lasciate dalle unità tedesche in ritirata avrebbero continuato a mietere vittime tra militari e civili fino almeno agli anni ’50.

Appena conquistata Chieti, Utili vi entrò per stabilirvi il suo quartier generale. Da qui, lanciò un’affannosa rincorsa dei tedeschi, nel tentativo di infliggere quante più perdite possibile al nemico in ritirata. Obiettivo questo però difficile da raggiungere, a causa della scarsità dei mezzi di trasporto, della distruzione delle strade e della velocità del ripiegamento tedesco. Le unità del CIL si sparpagliarono ed entrarono quindi l’11 giugno a Sulmona, il 13 a L’Aquila ed il 15 a Teramo, dilagando col fiato corto attraverso l’Abruzzo ma senza riuscire a ingaggiare battaglia. Certo, le azioni di disturbo tedesche continuavano e le sparatorie con gli ultimi elementi delle retroguardie non mancavano. Un flusso continuo di morti e feriti si riversava quindi senza sosta negli ospedali da campo italiani, riempiendoli delle vittime infelici di una miriade di piccoli scontri dimenticati degli uomini e dalla storia. Ma ogni battuta d’arresto registrata dal CIL, in quei giorni, era solo momentanea.

Il 17 giugno il contingente italiano cambiò nuovamente posizione all’interno dell’esercito alleato, lasciando il V Corpo d’Armata britannico e tornando alle dipendenze del Corpo Polacco. Utili ed Anders tornarono così a collaborare dopo essersi salutati due mesi prima sulle Mainarde, poco prima dell’offensiva finale sulla linea Gustav.

Subito Anders indicò l’obiettivo successivo: la liberazione di Ancona e l’occupazione del suo porto, d’importanza strategica per lo sforzo logistico alleato. Il piano prevedeva che il Corpo polacco puntasse direttamente sulla città seguendo la strada statale 16, cioè quella costiera. Il CIL avrebbe invece dovuto avanzare più all’interno, proteggendo il fianco sinistro del contingente polacco.

L’area tra Ascoli Piceno (in basso) e Macerata (in alto)

In attuazione del piano, la Divisione Nembo venne lanciata immediatamente a nord lungo la strada statale 81 ed il 18 giugno entrò ad Ascoli Piceno, penetrando così nelle Marche, mentre i tedeschi in fuga venivano ostacolati da bande partigiane in quel frangente particolarmente minacciose ed agguerrite, che colpirono le colonne in ritirata riuscendo anche, in qualche circostanza, a catturare dei soldati tedeschi.

Tra il 21 ed il 22 giugno il CIL riuscì finalmente a raggiungere almeno una parte della retroguardia nemica, costringendola a fermarsi e a sostenere una serie di piccoli scontri in provincia di Macerata, presso i paesi di Sarnano e Colbuccaro.

Per continuare l’avanzata verso Ancona, era a quel punto necessario prendere la città di Macerata, immediatamente a nord delle posizioni italiane. L’avanzata relativamente facile delle due settimane precedenti fece però sottovalutare le difficoltà dell’impresa. Questa volta i tedeschi avevano infatti deciso di fermarsi e combattere e si erano quindi trincerati lungo il fiume Chienti, subito a sud dell’abitato. Il 26 giugno la Divisione Nembo provò quindi ad attraversarlo ma dovette rapidamente desistere e ritirarsi: il nemico aprì il fuoco con mortai e mitragliatrici e falciò senza fatica le prime linee di paracadutisti che si erano mossi all’attacco.

Fu uno schiaffo traumatico per il CIL, che si fermò a riconsiderare i suoi piani dopo essere stato inchiodato per la prima volta dall’inizio delle operazioni sul versante adriatico. Macerata cadde infine il 30 giugno semplicemente perché i tedeschi, incalzati in ogni direzione dagli Alleati che avanzavano in tutti i settori, decisero di riprendere la ritirata per evitare di essere accerchiati. I partigiani locali informarono la Nembo dell’avvenuto ripiegamento nemico ed i paracadutisti entrarono quindi in città, ingaggiando un piccolo scontro con le ultime pattuglie tedesche in fase di sganciamento. Ancora una volta, i soldati italiani vennero accolti con gioia e commozione dai civili liberati.

A quel punto, per evitare che il contingente italiano si sfilacciasse troppo, il comando polacco ordinò a Utili di radunare le sue forze prima di continuare l’avanzata, visto che la carenza di mezzi di trasporto aveva condannato alcuni reparti del CIL a rimanere indietro rispetto alla posizione più avanzata già raggiunta dai paracadutisti della Nembo. Di fronte a quella necessità, così commentò Utili amaramente: “La deficienza dei mezzi di trasporto è tanto più dolorosa in quanto costringe ad un compito di secondo piano delle magnifiche unità il cui mordente è in continuo crescendo, ed il cui rendimento, disponendo di mezzi idonei, sarebbe nettamente superiore”.

La battaglia di Filottrano

La zona di operazioni del CIL tra Filottrano (in basso), Jesi (sulla sinistra della mappa) e Ancona (in alto a destra). Santa Maria Nuova é tra Filottrano e Jesi

Una volta radunate le proprie forze, il CIL avrebbe dovuto puntare su Jesi ed occuparla, in modo da stabilire una posizione difensiva sulla sinistra di Ancona e consentire al contingente polacco di avanzare e conquistarla. Per raggiungere Jesi era però necessario superare il paese di Filottrano, che era stato trasformato dai tedeschi in un’efficace roccaforte difensiva grazie alle spesse murature dei suoi palazzi ed alla sua posizione dominante sulle campagne circostanti. Filottrano sorge infatti sulla cima di un’altura di circa 300 metri ed è circondata da campi coltivati e piccole strade alberate. Il profilo rosso dei suoi palazzi, visto dalle colline sottostanti, traccia una linea frastagliata attraverso il cielo e contro gli Appennini. Linea che Utili guardava con apprensione, dopo aver ricevuto da Anders l’inevitabile ordine di prendere il paese.

Il compito di assaltare Filottrano venne nuovamente affidato agli uomini della Nembo. I paracadutisti iniziarono quindi la manovra di avvicinamento e si schierarono lungo il Fiumicello, che scorre poco più a sud del paese. Qui vennero subito ingaggiati dai tedeschi e furono costretti a respingere un sanguinoso contrattacco nella notte tra il 3 ed il 4 luglio.

Dopo essersi accertato che la loro posizione fosse solida, Utili diramò gli ordini per l’attacco. Il piano prevedeva di aggredire la cittadina contemporaneamente da sud e da est, col supporto sia delle artiglierie italiane e polacche che di alcuni carri armati Sherman della Divisione polacca Kresowa.

L’attacco venne finalmente lanciato all’alba dell’8 luglio, dopo un iniziale bombardamento di artiglieria. Il comando italiano considerò la possibilità di coinvolgere anche l’aviazione alleata, ma decise infine di non farlo. A Filottrano erano ancora asserragliati molti civili, all’interno dei palazzi e dentro le cantine, ed il rischio di un inutile spargimento di sangue se i bombardamenti fossero stati troppo pesanti era inaccettabile. Il compito di far sloggiare i tedeschi sarebbe quindi interamente ricaduto sui soldati del CIL.

Appena i paracadutisti si avvicinarono al paese entrarono in contatto con forze nemiche molto più consistenti di quanto stimato. Presidiavano infatti Filottrano due battaglioni di fanteria della 71° e della 278° Divisione della Wehermacht, dotati di tre carri armati, cinque autoblindo e diversi pezzi controcarro.

La 71° Divisione tedesca aveva combattuto a Stalingrado ed era stata completamente distrutta all’inizio del 1943. Ricostituita durante l’estate dello stesso anno, era stata inviata in Italia solo per sfiorare la stessa sorte durante la battaglia di Cassino. Ciò che ne restava avrebbe quindi ripiegato fino alla linea Gotica, per poi essere spostata in Ungheria nel tentativo di contenere i sovietici. Alla fine della guerra si arrenderà ai britannici non lontano da Klagenfurt, in Austria. La 278° Divisione invece concentrò i suoi sforzi nella difesa di Ancona e venne poi riposizionata sulla linea Gotica. La fine delle ostilità la coglierà sul passo del Brennero, che era stata mandata a presidiare.

Gli scontri intorno a Filottrano infuriarono per tutta la giornata dell’8 luglio, sotto un cielo terso ed un sole cocente. Ancora una volta, come durante il primo contrattacco tedesco su Monte Marrone, mio nonno si ritrovò ad osservare impotente l’orizzonte solcato dai traccianti ed acceso dalle fiamme, mentre i boati delle esplosioni saettavano attraverso la campagna fino a rimbombargli nello stomaco. Non poteva fare nulla per aiutare i paracadutisti in difficoltà e rimase ad osservare quella scena di distruzione come ipnotizzato, mentre la gioia feroce di non trovarsi immediatamente in pericolo si mescolava dentro di lui ad un impietoso senso di colpa, lasciandolo confuso e spossato.

Durante l’assalto, due carri armati alleati che puntavano su Filottrano da est vennero distrutti dai cannoni e dalle mine anticarro tedesche presso quello che divenne famoso come il “bivio della morte”, e che oggi è stato sostituito da una rotatoria all’ingresso orientale del paese. Uno dei carristi colpiti cercò di sfuggire alla trappola di metallo incandescente che era diventato il suo Sherman in fiamme, ma appena aprì il portello superiore venne falciato da una raffica di mitragliatrice tedesca. Le gambe ancora incastrate all’interno del carro ed il torso abbattuto sulla torretta, rimase a penzolare orrendamente nel vuoto. Lentamente, l’aria si riempì dell’odore acre di carne bruciata.

La fanteria che seguiva gli Sherman riuscì però ad avanzare sparando e si asserragliò poco oltre, all’interno dell’edificio dell’ospedale, che venne subito bersagliato dall’artiglieria tedesca. Le unità che cercavano di entrare a Filottrano provenendo da sud vennero invece fermate ancora prima di raggiungere il paese dalla rabbiosa resistenza dei nemici. I soldati tedeschi sparavano lungo le strade e dalle finestre, spazzavano le vie d’accesso al paese con colpi di mezzi corazzati e di mitragliatrice e riempivano il cielo con le parabole mortali delle loro bombe a mano. Nessun angolo era sicuro.

In serata, sotto il continuo tiro dell’artiglieria e dei carri armati tedeschi, i paracadutisti furono costretti ad abbandonare le loro posizioni e a ritirarsi. L’unica opzione rimasta, nonostante la tenacia dimostrata, era sopravvivere, riorganizzarsi e ritentare il giorno dopo.

A quel punto gli Alleati proposero nuovamente di radere al suolo la città, ma nonostante le difficoltà incontrate e la pressione cui era sottoposto il generale Morigi, comandante della Nembo, fu ancora una volta irremovibile. Quando si trattò di scegliere se rischiare le vite dei civili o quelle dei militari, Utili e Morigi scelsero i soldati, anche se questo poteva significare rinunciare a una più facile vittoria. E i loro uomini non si opposero.

Il municipio di Filottrano – © wikipedia user Parsifall

Fortunatamente per il CIL e per gli abitanti di Filottrano, i tedeschi ricevettero l’ordine di ritirarsi durante la notte, anche per via delle perdite subite, e sgattaiolarono fuori dal paese approfittando dell’oscurità. Già la mattina del 9 luglio, Filottrano cadde quindi in mano italiana. I paracadutisti si misero a pattugliare il paese mutilato dai combattimenti e fecero uscire i civili dai loro rifugi sotterranei, dai quali riemersero sporchi ed affamati dopo esservi rimasti nascosti, in alcuni casi, per un’intera settimana. Quindi raggiunsero la torre dell’acquedotto e vi issarono una bandiera italiana. Quella stessa bandiera è oggi custodita all’interno del palazzo comunale.

La battaglia di Filottrano costò alla Nembo oltre 300 uomini, tra morti e feriti. Ma anche i tedeschi lasciarono sul campo numerosi soldati, oltre che più di cinquanta prigionieri che caddero in mano italiana durante gli scontri. Il coraggio esibito dai paracadutisti in quel frangente non passò inosservato. Così infatti scrisse il generale Leese, comandate dell’8° Armata britannica, a Utili: “Ho avuto molto piacere di apprendere come i vostri uomini hanno sap